Ci sono parole che arrivano da lontano e per qualche motivo finiscono per raccontare qualcosa di cui sentivamo il bisogno senza rendercene conto. È successo negli ultimi anni con hygge, il termine danese diventato sinonimo di un’idea di benessere fatto di candele, coperte, case accoglienti (“cozy”) e serate al caldo quando fuori si gela. Poi sono arrivati il lagom svedese, con la sua idea di equilibrio e misura, e il sisu finlandese, più difficile da tradurre ma legato alla capacità di resistere alle difficoltà e andare avanti quando le cose si complicano parecchio.
A guardarli da qui, potrebbero sembrare soltanto tre parole originali da aggiungere al nostro vocabolario del benessere, insieme a tutte quelle espressioni che negli ultimi anni ci hanno insegnato come dovremmo vivere, mangiare, lavorare, riposare e prenderci cura di noi stessi. Eppure il successo che hanno avuto non è casuale: siamo diventati molto sensibili a tutto ciò che arriva dal Nord Europa e promette una vita più equilibrata e, forse, sotto la moda e le fotografie di interni perfettamente illuminati, c’è qualcosa di più interessante: il bisogno di trovare un modo diverso di vivere le nostre giornate.
Viviamo in un’epoca nella quale anche il tempo libero sembra essere diventato una prestazione: dobbiamo essere produttivi, ma anche saperci riposare; lavorare tanto, ma mantenere un equilibrio tra vita professionale e privata; coltivare le relazioni, viaggiare, leggere, fare attività fisica, mangiare bene, imparare cose nuove e, possibilmente, trovare il tempo per noi stessi.
Non sorprende quindi che parole nate in culture nelle quali il rapporto con il tempo, con la natura, con la comunità e con il lavoro è stato costruito a partire da condizioni climatiche e sociali molto diverse dalle nostre ci incuriosiscano tanto.
Il punto, però, non è provare a diventare improvvisamente danesi, svedesi o finlandesi: quello che possiamo fare è fermarci su queste tre parole e capire cosa raccontano del modo in cui possiamo costruire una quotidianità più sostenibile, senza trasformare il benessere nell’ennesimo obiettivo da raggiungere.
Partiamo dalla parola che abbiamo incontrato più spesso: hygge. Il concetto è legato alla cultura danese ed è utilizzato per descrivere una sensazione di benessere, intimità e accoglienza, associata allo stare insieme alle persone che amiamo e al godere delle piccole cose. Una cena tra amici, una serata trascorsa in casa, un pomeriggio con una tazza di tè e un libro se fuori piove: non è necessario che accada qualcosa di straordinario perché un momento possa essere vissuto come piacevole e significativo.
Il problema è che, quando abbiamo importato l’hygge, siamo riusciti anche a trasformarlo in qualcosa di molto più superficiale. Abbiamo associato la parola a candele, maglioni morbidi, plaid, legno chiaro e tazze di ceramica, come se bastasse acquistare gli oggetti giusti per raggiungere una condizione di serenità. In realtà, se ci pensiamo, il cuore del concetto è altrove e ha poco a che vedere con quello che possiamo comprare.
L’hygge parla della capacità di dare valore a un momento senza pretendere che sia eccezionale, ed è una cosa meno semplice di quanto sembri, perché siamo abituati a pensare che il tempo abbia valore quando produce qualcosa: un risultato, un ricordo, un’esperienza, una fotografia da pubblicare, una storia da raccontare. Anche quando abbiamo finalmente qualche ora libera, sentiamo il bisogno di riempirla. Se non facciamo nulla, ci sembra quasi di averla sprecata.
Forse una delle cose che possiamo imparare dall’hygge è questa: non tutto deve essere utile e forse abbiamo bisogno di recuperare la capacità di riconoscere il valore di ciò che non produce niente. In un periodo storico nel quale siamo continuamente spinti verso il nuovo, verso il prossimo obiettivo e verso l’idea che dovremmo desiderare sempre qualcosa di più, apprezzare ciò che abbiamo può essere una forma di resistenza.
Se l’hygge ci insegna a guardare con più attenzione ai momenti semplici, il lagom svedese introduce un’altra idea che forse ci manca ancora di più: quella della misura. La parola viene generalmente associata al concetto di “giusto”, “abbastanza” e richiama un equilibrio che può essere applicato a moltissimi aspetti della vita quotidiana, dal lavoro ai consumi, dalle relazioni al modo in cui organizziamo il nostro tempo.
È un’idea particolarmente interessante perché siamo abituati a vivere attraverso gli eccessi: spesso abbiamo la sensazione che fare tanto sia meglio che fare abbastanza e che fermarsi prima del limite significhi non aver dato tutto quello che potevamo. Lo vediamo nel lavoro, ma anche nel modo in cui organizziamo il tempo libero, negli obiettivi personali e persino nel modo in cui ci prendiamo cura del nostro corpo. Sembra che ci sia sempre un livello successivo da raggiungere e che quello in cui siamo non sia mai sufficiente.
Il lagom, invece, ci obbliga a fare una domanda molto semplice: quanto basta? E forse la parte più difficile è che non esiste una risposta valida per tutti. Quello che è abbastanza per una persona può essere poco per un’altra, così come ciò che per qualcuno rappresenta un equilibrio può essere, per qualcun altro, una rinuncia. Il concetto interessante non è trovare una misura universale, ma riconoscere la propria.
Il lagom non ci chiede necessariamente di fare meno. Ci chiede di smettere di considerare l’eccesso come una virtù. Ed è forse una distinzione importante, soprattutto in una cultura nella quale siamo stati abituati a considerare la stanchezza quasi una prova del nostro valore. “Non mi fermo mai” è spesso detto con una certa fierezza, come se fosse un segnale positivo. Abbiamo imparato a raccontare quanto siamo impegnati, quante cose facciamo, quanto poco dormiamo, quasi che avere un’agenda piena fosse diventato un modo per dimostrare di essere importanti.
Forse il lagom suggerisce semplicemente di cambiare domanda: “quanto riesco a fare senza smettere di stare bene?”.
Il terzo concetto arriva dalla Finlandia ed è quello che più di tutti ci impedisce di trasformare questa storia in una favola sul benessere nordico. Il sisu è difficile da tradurre con una sola parola e viene generalmente associato a coraggio, determinazione, perseveranza e capacità di affrontare le difficoltà anche quando sembrano particolarmente dure. Non significa semplicemente essere forti, ma trovare dentro di sé la capacità di continuare quando sarebbe molto più facile arrendersi.
Ed è proprio qui che il discorso diventa più interessante, perché siamo così abituati a parlare di benessere come assenza di problemi che rischiamo di dimenticare una cosa evidente: una vita buona non è quella nella quale non succede niente di brutto.
Ci sono momenti nei quali non possiamo scegliere ma solo attraversare quello che sta accadendo, cercando di trovare le risorse necessarie per arrivare dall’altra parte. Una perdita, una separazione, un fallimento, un periodo di lavoro complicato, una difficoltà economica, un cambiamento non previsto: sono situazioni nelle quali nessuna tecnica di respirazione, nessun consiglio sulla produttività e nessuna candela profumata possono fare sparire il problema. Il sisu non promette di eliminarlo, ma parla della possibilità di affrontarlo.
Una parola così importante nella cultura finlandese è legata alla capacità di resistere e andare avanti. La Finlandia è un Paese nel quale il rapporto con il buio, il freddo e la natura fa parte della quotidianità e nel quale l’inverno non può essere semplicemente considerato una parentesi da aspettare prima di ricominciare a vivere. Si impara a convivere con le stagioni, a trovare il proprio modo di attraversarle e, forse, anche a non aspettare che le condizioni siano perfette per sentirsi autorizzati a vivere.
È una lezione che vale anche lontano dal Nord Europa. Spesso aspettiamo che qualcosa cambi per poter stare meglio: che finisca il periodo difficile, che arrivi la vacanza, che cambi il lavoro, che passi la paura, che torni la voglia di fare le cose. Ma la vita raramente ci offre condizioni perfette e, qualche volta, il modo migliore per andare avanti è accettare che una parte della difficoltà resterà lì mentre noi continuiamo a muoverci.
Alla fine, forse, hygge, lagom e sisu non hanno poi così tanto in comune come potrebbe sembrare.
Eppure, messe una accanto all’altra, costruiscono una specie di piccolo percorso: ci ricordano che possiamo cercare il piacere senza sentirci in colpa, che possiamo decidere che qualcosa è abbastanza senza avere bisogno di dimostrare altro e che possiamo essere fragili senza per questo essere incapaci di andare avanti.
Forse è questo che ci affascina tanto dei Paesi nordici. Non l’idea che abbiano trovato il segreto della felicità, perché non esiste nessun Paese nel quale le persone siano immuni dalla solitudine, dalla paura, dalla fatica o dalla perdita. Ci interessa l’idea che il benessere possa essere considerato qualcosa da costruire nel quotidiano, attraverso il rapporto con il tempo, con gli altri, con il lavoro, con la natura e con i propri limiti.
E forse vivere meglio non significa trovare il modo di essere felici tutti i giorni, ma costruire una quotidianità nella quale ci siano spazio, tempo e relazioni per accorgerci quando qualcosa ci fa stare bene e abbastanza forza per affrontare quello che, inevitabilmente, ci farà stare male.
In fondo, forse, è questo il vero insegnamento che possiamo prendere in prestito dal Nord: non cercare una vita senza inverno, ma imparare ad abitarla anche quando arriva.